F.A.Q. Domande più frequenti


Perché sterilizzare la cagnolina?


La comparsa periodica del calore può provocare difficoltà, sia di carattere igienico, sia nella gestione del proprio animale, magari in luoghi frequentati da altri cani. Inoltre si presentano anche problemi di carattere medico, legati alla continua e ripetuta stimolazione ormonale su tutto l’apparato riproduttivo.

Raggiunta la maturità sessuale la cagna in condizioni normali presenta ciclicamente la comparsa del calore. Le manifestazioni più evidenti di questo evento sono rappresentate da perdite ematiche vulvari più o meno copiose e dal continuo avvicinarsi dei maschi attratti dai segnali ormonali.

È tuttavia assai difficile, se non tramite specifici esami di laboratorio, individuare il momento esatto dell’ovulazione, ovvero quello ideale per il concepimento; pertanto risulta assai complicato sia stabilire la data migliore per effettuare un accoppiamento produttivo, sia evitare “incidenti” indesiderati.

Una delle fasi più incisive nel periodo del calore, è il Metaestro. In questa fase, la cui durata è di circa di due mesi, persistono alti livelli di ormoni della gravidanza, manifestabili anche in assenza dell’accoppiamento. Talvolta può diventare la causa di alterazioni fisiche e comportamentali che in alcuni casi raggiungono il grado patologico definito Pseudogravidanza manifesta, Falsa gravidanza o Gravidanza isterica. Durante questa fase, l’utero va incontro ad alterazioni che favoriscono la comparsa di fenomeni infiammatori ed infettivi, che possono decorrere in maniera subdola e asintomatica fino al momento in cui la compromissione è tale da esplodere in maniera eclatante, portando spesso anche alla morte dell’animale. Anche se in bassa percentuale possono comparire tumori all’utero.

Un’alta percentuale dei tumori mammari (più del 60%) è dovuta a questa stessa stimolazione ormonale, quindi alla presenza dei calori, alla loro durata, al loro costante susseguirsi, e al periodo post-partum. Circa il 35-50 % di queste neoplasie sono di natura maligna e con un’elevata possibilità di metastatizzare.

È importante sottolineare che la maggior parte dei farmaci utilizzati per sopprimere i calori, o per interrompere una gravidanza indesiderata, hanno come principi attivi gli stessi ormoni. Quindi con l’uso di questi farmaci si ha un ulteriore stimolazione ormonale, definita esogena, che si somma a quella fisiologica.

La Pseudogravidanza può trasformarsi in una situazione patologica nel momento in cui la cagna comincia a manifestare la tipica sintomatologia. L’alterazione più importante, dal punto di vista medico, è rappresentata da un aumento delle dimensioni delle ghiandole mammarie con produzione di latte dalle stesse. In alcune circostanze è necessario trattare la cagna, mediante la somministrazione di farmaci, per risolvere tale situazione. La pseudogravidanza inoltre gioca un ruolo molto importante nello sviluppo delle neoplasie mammarie; infatti nelle cagne che manifestano tale condizione in maniera costante e periodica, questi tumori si presentano più frequentemente e si sviluppano molto rapidamente.

 

Le tecniche di sterilizzazione. Con la sterilizzazione molti dei problemi sopra citati possono essere risolti. Particolare attenzione deve essere posta alle neoplasie mammarie: infatti è stato visto che nelle cagne sterilizzate prima del primo calore il rischio di sviluppare tumori mammari si riduce intorno allo 0,05%, mentre la percentuale di rischio aumenta all’8% dopo un solo ciclo estrale e al 26% dopo il secondo estro.

L’intervento di sterilizzazione può essere tecnicamente eseguito in diversi modi.

In passato è stata usata di frequente la legatura delle tube, con lo scopo di preservare l’istinto riproduttivo dell’animale, negando però la possibilità di una indesiderata gravidanza. Oggi questa tecnica è pressoché abbandonata, in quanto la presenza delle ovaie determina, comunque, una continua e costante stimolazione produzione ormonale con conseguente stimolazione del tessuto mammario e uterino e quindi non previene eventuali tumori.

Un'altra tecnica praticata routinariamente fino ad oggi è l’ovariectomia, che consiste nell’asportazione delle sole ovaie. E’ stato visto, però, che mantenendo l’ utero, questo, in alcuni casi, può andare incontro lo stesso a fenomeni infiammatori o infettivi anche a distanza di qualche anno dall’intervento.

Un’ulteriore tecnica è l’ovarioisterectomia,che consiste nell’asportazione completa di tutto l’apparato riproduttore femminile, ovaie e utero, con lo scopo di evitare un ulteriore possibile intervento alla cagnolina. In questa clinica viene effettuato questo ultimo tipo di sterilizzazione. Generalmente questo tipo di intervento chirurgico viene effettuato in day-hospital con la dimissione della cagna dopo il suo completo risveglio. I punti di sutura della ferita chirurgica verranno rimossi a distanza di 10 giorni dall’intervento; durante tale periodo la cagna dovrà solo evitare di leccarsi la zona e un eccessiva attività fisica.

Per qualunque chiarimento o per ulteriori domande potete rivolgervi al personale medico della Clinica Veterinaria Omniavet

Fonti: Bojrab, Eleison, Slocum, Tecnica chirurgica, 2001 – Ettinger, Clinica medica veterinaria, 2002

Cos’è la toxoplasmosi?


La Toxoplasmosi è un’infezione causata da un parassita monocellulare, il Toxoplasma gondi.

Questo parassita si ritrova praticamente in tutte le specie animali, uomo compreso, ed è particolarmente temuto per la sua capacità di causare aborti e malformazioni del feto nelle donne incinte.

Tradizionalmente e con troppa semplicità, viene chiamato in causa come vettore del contagio il comune gatto domestico, e per questo molti animali vengono allontanati o abbandonati dai proprietari nel momento in cui in casa sia presente una futura mamma. Il gatto è di fatto l’unico animale domestico nelle cui feci il parassita sia presente in uno stadio infettante, ma in realtà le possibilità di contrarre la Toxoplasmosi dai gatti sono piuttosto remote e la maggior parte dei contagi avviene attraverso l’ingestione di carni poco cotte, vegetali lavati impropriamente o per contatto col terreno ad esempio a seguito di semplici lavori di giardinaggio.

Di recente uno studio pubblicato su un’autorevole rivista, il New Engalnd Journal of Medicine, ha dimostrato come non vi sia relazione statistica fra il possesso di gatti e la comparsa d’infezione da Toxoplasma gondi. Un altro studio comparso sul Journal of the American Medical Association ha sfatato un altro mito, dimostrando che persino in persone immunodepresse (voce glossario “immunodepressione), come i malati di AIDS, la malattia non solo è rara, ma ancora una volta non risulta più frequente fra i possessori di gatti piuttosto che fra i non possessori.

Il perché di tutto ciò è da ricercare nel fatto che la maggior parte dei gatti non presentano affatto malattia. I mici assumono l’infezione in maniera predominante attraverso l’ingestione di prede, quali topi, o attraverso la stretta convivenza con altri gatti che siano malati.

La prevenzione. Per il gatto d’appartamento è estremamente facile e ottenuta semplicemente nutrendolo con alimenti pronti del commercio e mai con carne cruda o avanzi. Inoltre, bisogna tenere presente che i soggetti malati sono in grado di espellere uova infettanti del parassita con le feci per un periodo molto breve e mai superiore alle 2-3 settimane, e che dopo la prima infezione viene sviluppata un’immunità duratura, quindi non vi sono nuove infezioni e nuovi periodi di emissione di uova. Soprattutto va tenuto presente che le uova di Toxoplasma presenti nelle feci dei felini non sono di per sé immediatamente infettanti; esse richiedono un periodo di esposizione ai fattori ambientali di almeno 24-48 ore, per cui una misura semplice come la giornaliera pulizia e la disinfezione della lettiera del micio debella il rischio di infezione.

Va anche ricordato che l’uomo, così come il gatto, a seguito del primo contatto col parassita, produce anticorpi che lo proteggeranno per il resto della vita da nuove infezioni (con eccezione di soggetti il cui sistema immunitario sia già gravemente compromesso). Pertanto quelle donne che, al momento della gravidanza risultino già positive alla Toxoplasmosi, hanno già sviluppato immunità nei confronti della malattia e non hanno più niente da temere.

Per qualunque chiarimento in merito a quanto scritto o per ulteriori domande potete rivolgervi al personale medico della Clinica Veterinaria Omniavet. 

Fonti: Ettinger, Feldman, Trattato di Clinica Medica Veterinaria, 2000 - Farina, Scamozza, Trattato di Malattie Infettive, 1995

Cos’è la leishmaniosi canina?


La Leishmaniosi del cane è una malattia parassitaria infettiva e contagiosa a carattere zoonosico causata da un organismo unicellulare (Leishmania infantum) trasmesso da un insetto detto pappataci (Phlebotomus spp).

Il pappataci, insetto simile alla zanzara ma di dimensioni inferiori, è attivo nelle ore notturne delle stagioni calde (dall'inizio della primavera fino ad autunno inoltrato); nelle regioni meridionali dell'Italia può però essere presente tutto l'anno. La femmina del pappataci può trasmettere il protozoo al cane attraverso il suo pasto di sangue.

I cani sono riconosciuti come serbatoio principale della malattia, ma anche l'uomo e il gatto ne possono essere colpiti, anche se molto raramente.

La Leishmaniosi è presente principalmente nei paesi equatoriali e centro meridionali.

Le numerose segnalazioni degli ultimi anni di casi di leishmaniosi canina provenienti da aree tradizionalmente ritenute indenni (anche dell'Italia settentrionale), debbono portare alla conclusione che, in pratica, non esistono zone, comunemente abitate, che possano essere considerate completamente sicure. Infatti se fino al 1989 il Nord Italia era considerato praticamente indenne dalla leishmaniosi canina, oggi abbiamo dei focolai accertati in Veneto, Emilia Romagna e Piemonte e altri probabili in Trentino e Lombardia.

I sintomi. La malattia può avere tempi di incubazione molto lunghi, variabili da mesi ad anni. I sintomi possono essere di varia natura e coinvolgere vari organi.

I sintomi cutanei comunemente riscontrati sono:

  • forfora a larghe scaglie non pruriginosa,
  • mancanza di pelo diffusa, soprattutto intorno agli occhi,
  • ulcere e croste, che interessano il muso, i punti di appoggio e l'estremità degli arti,
  • unghie lunghe e arcuate.

I sintomi sistemici comprendono:

  • dimagramento, nonostante un aumento dell'appetito,
  • febbre, aumento di volume dei linfonodi, del fegato e della milza,
  • zoppie e atrofia muscolare con un'apparenza più vecchia dell'età effettiva dell'animale,
  • problemi agli occhi e congiuntivite
  • perdita di sangue dalle narici,
  • diarrea cronica,
  • sintomi da insufficienza renale, come aumento della sete (polidipsia) e aumento dell’urinazione (poliuria) che, se trascurati, possono anche portare a morte il cane.

La diagnosi. La ricerca del parassita effettuata direttamente sulla cute, linfonodo o midollo osseo, pur essendo altamente specifica ha una bassa sensibilità (non ritrovando il parassita non si può escludere che comunque sia assente in tutto l’organismo). Molti degli animali normalmente portati alla visita di controllo possono risultare positivi alla leishmania, anche se completamente asintomatici e spesso la stessa sieropositività non garantisce l’effettiva presenza di uno stato di malattia in corso.

Una metodica di facile esecuzione e di costi contenuti che ci permette non solo di evidenziare stati di ”esagerata reattività organica” in corso, ma anche di tenere sotto controllo (monitoraggio) evoluzioni cliniche e terapeutiche in corso, è l’elettroforesi proteica.

Già da qualche anno ormai si sta diffondendo sempre più la metodica P.C.R. (Polymerase Chain Reaction, Reazione a catena della polimerasi) che mira ad individuare sequenze DNA nel campione in esame, identiche a quelle usate di riferimento (leishmania, ehrlichia canis ecc.). Questa ricerca, facilmente eseguibile e di costo relativamente basso, ci permette di individuare la presenza del DNA leishmania nel nostro cane in questione e, quindi, accertare la reale infezione.

La terapia. Considerata la diversità delle presentazioni cliniche di un cane affetto da leishmania, risulta difficile parlare di una singola terapia efficace e risolutiva.

Attualmente siamo in possesso di protocolli farmacologici che consentono di poter avere una guarigione clinica più duratura, con ricadute possibilmente più lontane nel tempo.

Per questo motivo sarebbe di grande aiuto conoscere lo stato di salute del sistema immunitario, il quale è attualmente in fase di studio mediante la valutazione del rapporto CD4/CD8 (citometria a flusso) e la misurazione delle citochine.

Per qualunque chiarimento in merito a quanto scritto o per ulteriori domande potete rivolgervi al personale medico della Clinica Veterinaria Omniavet.

Cos’è la torsione gastrica?


Il complesso Dilatazione-Torsione Gastrica è una patologia del cane a insorgenza acuta caratterizzata da un rapido accumulo di gas all’interno dello stomaco, dall’aumento della pressione intragastrica e dalla sua rotazione.

La distensione dello stomaco porta a una serie di eventi potenzialmente letali. Lo stomaco disteso comprime il torace e le grandi vene dell’addome, rendendo difficile la respirazione e impedendo il ritorno venoso verso il cuore. La difficoltà di respiro e lo scarso flusso di sangue determinano uno stato di shock e la morte del cane.

L’animale va incontro invariabilmente a morte nel caso non si intervenga.

I sintomi. Il trattamento del complesso Dilatazione-Torsione Gastrica può avere successo, nella maggior parte dei casi, se i proprietari riconoscono prontamente i segni della malattia, portando immediatamente il cane dal veterinario. Il segno più importante è la distensione dell’addome. Se l’addome diventa teso come un tamburo, la diagnosi è quasi certa. Altri segni comprendono, il rifiuto del cibo, conati di vomito senza emissione di alcun materiale, salivazione esagerata, dolore addominale, sofferenza, agitazione, ansia, difficoltà respiratorie e infine il collasso.

La terapia. Il trattamento ha comeobiettivo iniziale la stabilizzazione dell’animale, comprendente di una terapia fluidica endovenosa per lo stato di shock e della decompressione dello stomaco, eseguita, in anestesia, inserendo una sonda gastrica nello stomaco attraverso la bocca.

Una volta decompresso lo stomaco, viene effettuata una lavanda gastrica, indispensabile per rimuovere il materiale alimentare che potrebbe ostacolare le successive operazioni o addirittura essere causa di una ulteriore dilatazione. Non appena il cane è in condizioni idonee per affrontare l’intervento, viene effettuata una chirurgia allo scopo di ispezionare lo stomaco, riposizionarlo e asportare le eventuali porzioni di quest’ultimo che possano essere danneggiate. Inoltre, lo stomaco viene suturato alla parete addominale nella posizione corretta nella speranza di prevenire ulteriori episodi di torsione gastrica. Senza quest’ultima procedura, tecnicamente chiamata “Gastropessi”, la possibilità di una recidiva, cioè che si ripresenti un ulteriore episodio di Dilatazione-Torsione Gastrica, è superiore all’80 %.

Le 72 ore successive all’intervento rappresentano ancora un periodo critico per la vita del cane; i gravi squilibri e le lesioni che si possono generare nella fase acuta della torsione gastrica, determinano una mortalità che oscilla, secondo le nostre statistiche, intorno al 10% dei casi.

La prevenzione. La prevenzione di questa patologia è molto difficile poiché non siamo ancora a conoscenza della o delle effettive cause che portano lo stomaco a dilatarsi e a ruotare su se stesso. Tuttavia esistono dei fattori propri di ogni cane e legati all’ambiente in cui vive, che possono predisporre l’insorgenza del complesso Dilatazione-Torsione Gastrica.

Le razze più soggette sono quelle grandi e giganti, con una probabilità a manifestare la malattia rispettivamente del 20% e del 22%. Setter Irlandese, Labrador Retriver, Bovaro delle Fiandre, Pastore Tedesco, Bloodhound, Dobermann, Weimaraner, Mastino Napoletano, Boxer, Collie, Alano, San Bernardo e Irish Wolfhound sono le razze con incidenza maggiore e, tra queste, l’Alano sembra essere quella con la più alta probabilità (42.2%). Seppur molto raramente, sono stati segnalati alcuni casi anche in soggetti di piccola mole, tra cui il Bassotto, Pechinese, Terrier, Segugi e Shar-pei.

Oltre alle dimensioni, anche la conformazione degli animali influisce sulla possibilità di rischio per la malattia; infatti è stato riscontrato che cani con torace stretto e profondo, come ad esempio i Setter Irlandesi, sono predisposti a sviluppare il complesso Dilatazione-Torsione Gastrica con maggiore frequenza.

L’alimentazione è da considerarsi una delle cause più importanti dellapatologia; ma più che la qualità del cibo, sono chiamate in causa le modalità e i ritmi di somministrazione. E’ stato visto infatti che la continua assunzione quotidiana di un pasto unico e abbondante, la voracità con la quale spesso viene consumato e un’intensa attività fisica immediatamente seguente, predispongono i cani a sviluppare la patologia.

Alla luce di quanto è stato detto, si possono stabilire alcune regole da seguire nei cani predisposti, ma che possono essere applicate anche a tutti gli altri, al fine di ridurre il tasso di incidenza di questa patologia. Bisogna tuttavia tenere presente che nonostante l’attenta e ferrea applicazione di queste regole, la patologia mantiene un’elevata percentuale di mortalità dei cani che vengono comunque interessati:

  • l’alimentazione dovrebbe essere somministrata a porzioni controllate, frazionata in due pasti piuttosto che in un solo pasto abbondante al giorno;
  • sebbene l’acqua debba essere sempre a disposizione dell’animale, al cane non dovrebbe essere permesso di ingerire grandi quantità di acqua, in particolar modo fredda, prima o dopo il pasto oppure dopo l’esercizio fisico;
  • i cani spesso aumentano la velocità o la quantità del pasto in presenza di altri cani; di conseguenza tutti gli animali predisposti alla malattia dovrebbero essere alimentati separatamente e ogni stress legato in qualche modo all’ambiente del pasto dovrebbe essere minimizzato;
  • se possibile, gli orari dei pasti dovrebbero essere programmati affinché il cane sia tenuto sotto controllo e possa essere osservato per 1-2 ore dopo il pasto;
  • l’attività fisica dovrebbe essere anticipata a 1 ora prima del pasto e ritardata almeno a 2 ore dopo il pasto;
  • tutti i cani che presentano una struttura fisica predisponente oppure che hanno già sofferto della malattia in passato, dovrebbero essere tenuti attentamente sotto controllo per rilevare la presenza dei segni della malattia. In questo caso il cane dovrebbe essere repentinamente portato dal veterinario;
  • nell’eventualità di un qualsiasi intervento chirurgico che il vostro cane deve subire, è consigliabile l’esecuzione contemporanea della Gastropessi, ovvero la fissazione dello stomaco alla parete addominale, come forma preventiva anche di un primo episodio di Dilatazione-Torsione Gastrica.

Per qualunque chiarimento in merito a quanto scritto o per ulteriori domande potete rivolgervi al personale medico della Clinica Veterinaria Omniavet.

Fonti: Formaggini, De Lorenzi, La sindrome Dilatazione-Torsione Gastrica del cane: nuovi concetti e possibilità di prevenzione Dentro la salute, 1999 – Case, Carey, Hirakawa, L’ alimentazione del cane e del gatto, 1997 – Ettinger, Clinica medica veterinaria, 2002

Cos’è la filariosi cardiopolmonare?


È una grave malattia provocata da un parassita che viene inoculato in forma larvale a livello cutaneo dalla zanzara. Nell'arco di alcuni mesi, questo parassita cresce e migra attraverso il sangue per raggiungere il cuore e i grossi vasi attorno al cuore. Ovviamente crea dei seri problemi fino anche alla morte.

La prevenzione. Non esiste un vaccino per la filariosi del cane, ma si può effettuare una profilassicon dei farmaci capaci di uccidere le larve del parassita. Esistono diversi farmaci che si possono usare nella prevenzione: in compresse, in tavolette o, il più recente, iniettabile (1 sola iniezione che agisce per 1 anno intero).

Purtroppo nessuna di queste prevenzioni mette a riparo i nostri amici al 100%.

Ecco perché ogni anno si deve eseguire un test sul sangue, (nelle zone ad alto rischio, dove ci sono molte zanzare) prima di iniziare il nuovo trattamento per vedere se la prevenzione è stata efficace nell'estate precedente.

La trasmissione della malattia è legata alla presenza dellezanzare, per cui si consiglia di effettuare il test in primavera e poi effettuare la prevenzione, che deve coprire tutto il periodo primavera-estate-autunno.

Nelle zone ad alto rischio (alcune aree del Basso Polesine, in Veneto) si consiglia la profilassi per l'anno intero. Ci sono zone d'Italia in cui la malattia praticamente non è presente (alcune aree del Sud Italia o dell'Arco Alpino), per cui spesso viene omessa la prevenzione.

La prevenzione va effettuata qualora vi trovaste ad andare col vostro cane nelle zone cosiddette endemiche, in cui la malattia è presente (es. Pianura Padana).

La terapia. La malattia è molto lenta nel manifestarsi (affaticamento, tosse possono essere segni di malattia già in stadio avanzato). Quando ci si accorge può essere troppo tardi. Facendo però il test ogni anno, è possibile scoprire subito se la malattia è in corso.

Come sempre, se la malattia è nelle fasi iniziali è curabile e il nostro amico guarirà; se la malattia ha provocato seri danni all'organismo, la cura sarà necessariamente più complicata.

Presso la Clinica Veterinaria Omniavet è disponibile una profilassi iniettabile che permette di proteggere il vostro cane per un intero anno.

Cosa sono la FeLV e la FIV?


La leucemia felina virale (FeLV), è una malattia infettiva sostenuta da un virus denominato feline leukemia virus (famiglia Retroviridae, genere Alpharetrovirus).

Nella popolazione felina costituisce la malattia infettiva con il tasso di mortalità più elevato. Ciò nonostante i gatti con infezione da FeLV possono vivere molti anni, con un tenore di vita normale anche se sotto stretto controllo sanitario.

Il virus può essere contratto soltanto dai gatti domestici senza perciò colpire l’uomo e i cani. La trasmissione avviene attraverso il passaggio del virus, presente nella saliva e nelle secrezioni nasali, da un animale sieropositivo verso un sieronegativo: toelettatura reciproca, morsi o condizioni di promiscuità (ciotole del cibo e dell’acqua) predispongono al contagio. Può anche essere trasmesso attraverso una trasfusione di sangue infetto, dalla madre sieropositiva durante la gravidanza e durante l’allattamento.

I sintomi. I segni clinici della malattia, quando presente, sono correlabili principalmente a neoplasie linfoidi, depressioni midollari, disfunzioni linfocitarie, patologie FeLV correlate. I soggetti più a rischio sono i più giovani, in particolare i gattini di età inferiore alle sedici settimane e in genere i soggetti di età inferiore ai 12 mesi. Negli individui adulti si osserva una più elevata resistenza, naturale e correlata all’età, all’infezione da FeLV. I soggetti che vivono in ambienti aperti e a contatto con altri gatti sono fortemente a rischio di contrarre la malattia.

A tutt’oggi non esistono terapie valide per permettere la regressione della malattia. L’infezione può condizionare lo stato di salute attraverso l’immunodepressione: la maggior parte dei problemi si lega ad infezioni secondarie.

La positività alla malattia può comportare uno stato di portatore sano (senza segni clinici e quindi diffusore del virus nell’ambiente) o sviluppare un’infezione latente. In quest’ultimo caso, la riattivazione dell’infezione avviene in esito a stress, gravidanza, trattamenti sconsiderati con cortisonici.

La prevenzione. Soltanto il 30% degli individui sviluppa i segni della malattia conclamata. È fondamentale perciò operare sul piano della prevenzione attraverso la limitazione dei contatti tra animali sieropositivi e sieronegativi, intervenendo sulla sterilizzazione sia dei maschi che delle femmine: il virus si trasmette infatti attraverso fluidi corporei (saliva, sperma, sangue), e tra madre e figlio durante la gravidanza oppure l’allattamento.

Gli animali devono essere correttamente alimentati: evitare i cibi crudi come uova o carne non cotta per il rischio di infezioni batteriche o parassitarie.

È necessario sottoporre, con cadenza semestrale, gli individui a controllo sanitario e intervenire sul trattamento dei sintomi legati a infezioni secondarie. Comunemente è facile rilevare la presenza di stomatiti (infezioni della cavità orale), patologie cutanee (micosi), infestazione da parassiti gastrointestinali, da ectoparassiti (pulci, zecche) e perdite di peso.

La vaccinazione verso la FeLV è consigliata solo laddove il rischio di esposizione è elevato e solo se preceduta da un test per valutare la negatività del soggetto da vaccinare. Nei soggetti a rischio la vaccinazione deve essere effettuata annualmente. Negli individui che vivono solo in appartamento la vaccinazione è sconsigliata. Nei soggetti sieropositivi la vaccinazione è assolutamente inutile e perciò sconsigliata.

L’immunodeficienza felina (FIV)

È causata da un virus appartenente alla stessa famiglia del virus HIV, ma è infettivo solo ed esclusivamente per i felini: per l’uomo è impossibile il contagio.

La trasmissione può avvenire per scambio di sangue o sperma, attraverso lesioni cutanee o mucose, i maschi sono sicuramente più esposti a rischi di contagio a causa delle frequenti liti per l’accoppiamento o il territorio.

La diagnosi. La malattia induce una soppressione della funzione immunitaria: l’individuo diviene perciò incapace di rispondere efficacemente ai più comuni agenti patogeni: batteri, virus, parassiti.

Per identificare i soggetti sieropositivi è sufficiente un prelievo di sangue: tre gocce permettono di eseguire un test rapido (circa 10 minuti). È impossibile da una visita clinica rilevare la sieropositività.

La prevenzione. Prevenire l’esposizione ai gatti infetti resta il miglior metodo di profilassi, non esistendo al momento un vaccino efficace. Quando ciò è reso impossibile, sono consigliati controlli annuali nei quali si rende necessario testare il gatto verso la malattia.

La terapia. Per la FIV, alla stessa stregua dell’HIV non è disponibile, tuttora, alcun vaccino.    

L’infezione è molto simile clinicamente all’HIV umano. Soltanto il 18% dei gatti sieropositivi presenta un esito infausto della malattia, mentre il 50% dei sieropositivi può addirittura essere asintomatico.

Più frequentemente invece si rilevano patologie a carattere cronico, respiratorie, oculari e cutanee con esito generalmente benigno se opportunamente curate. Per la gestione di un gatto sieropositivo sono valide le stesse indicazioni tracciate precedentemente per la leucemia felina.

Per qualunque chiarimento in merito a quanto scritto o per ulteriori domande potete rivolgervi al personale medico della Clinica Veterinaria Omniavet.

Fonti: Panel report on the colloquium on feline leukaemia virus/feline immunodeficiency virus: tests and vaccinations Vet MED Association, 1991 – Hoover, Mulins, Feline Leukemia Virus infection and disease, Vet Med Association, 1991.

Sedazione e anestesia


Anche al di fuori di un vero e proprio intervento chirurgico, il ricorso a sedazioni o ad anestesie si rende molto più spesso necessario nella pratica della medicina veterinaria rispetto a quanto accada per un paziente umano.

Un animale, infatti, non è sempre disposto a collaborare, a maggior ragione se in uno stato di malattia che lo faccia sentire vulnerabile o in un ambiente a lui estraneo e potenzialmente ostile. È sconsigliabile costringerlo con la forza, cosa che per lui si tramuterebbe facilmente in un trauma.

Allo stesso modo i nostri pazienti non sanno distinguere fra un vero dolore e un “fastidio”: entrambi sono per loro un’aggressione a cui ribellarsi.

In quest’ottica la sedazione e l’anestesia, ancor prima che al medico, servono al paziente, per liberarsi del dolore, dello stress e della memoria di una situazione a lui non gradita.

L’anestesia non può essere una pratica standard e sempre uguale, ma piuttosto una procedura a misura del singolo paziente. Tenendo sempre presente questa linea e con l’adozione di adeguate accortezze, i margini di sicurezza divengono assai più ampli che in passato e si rende possibile mettere in anestesia anche pazienti anziani o con patologie particolari, quali problemi cardiaci, respiratori, metabolici o renali.

In una moderna anestesia ci si prefigge una serie di obiettivi: assenza di dolore, assenza di memoria e di coscienza, rilassamento della muscolatura. Per raggiungere questi risultati si fa ricorso all’uso di molteplici farmaci, ciascuno dei quali mirato a un obiettivo in particolare, al fine di ridurre la potenziale tossicità dell’anestesia.

La scelta e il dosaggio dei farmaci viene valutato per il singolo paziente. A tal fine è importante eseguire una visita anestesiologica che permetta di valutare le condizioni cliniche dell’animale e di raccogliere quante più informazioni utili a prevedere possibili problemi.

In particolar modo è importante che i proprietari riferiscano con attenzione i dettagli su eventuali farmaci assunti dal loro animale e sulla presenza di patologie concomitanti o avute in passato. Ovviamente saranno di grande aiuto tutte le informazioni possibili su precedenti interventi e anestesie, il tipo di anestesia condotta ed eventuali problemi riscontrati.

Infine lo stato di calore o di gravidanza, anche solo sospetta, devono essere riferiti al medico. Nel primo caso perché ciò può influire sul metabolismo del paziente e creare maggiori sanguinamenti durante la chirurgia; nel secondo per evitare che la scelta di alcuni farmaci possa risultare tossica per i feti.

L’esecuzioni di esami del sangue pre-operatori è di altrettanta importanza. Normalmente sono richiesti esami di base, quali un profilo emocromocitometrico e profili epatici e renali, ma di volta in volta si possono rendere necessarie ulteriori e più approfondite indagini per una particolare condizione del paziente o per la chirurgia stessa che si debba affrontare. Oltre ad estendere gli esami ematologici, possono essere richieste, ad esempio, indagini radiologiche o ecografiche.

Durante il sonno anestesiologico la somministrazione di sostanze farmacologiche prosegue in maniera continua. In questa fase il medico è aiutato nelle scelte dal monitoraggio dei parametri vitali. Questo avviene sia attraverso i rilevamenti clinici, sia mediante l’impiego di attrezzature specifiche che ampliano e affinano enormemente la conoscenza degli equilibri e di ciò che accade all’interno del corpo.

Conoscendo continuamente dati quali la pressione sistemica, la funzionalità cardiaca, la saturazione di ossigeno e la quantità di anidride carbonica espirata e presente nel sangue, la composizione della miscela di gas respirati (compresi gli anestetici inalatori) e combinando le diverse informazioni, si può interagire con l’organismo del paziente per mantenere i parametri all’interno dei valori normali, facendo funzionare il corpo come se fosse sveglio. Una volta raggiunto questo equilibrio e lavorando per mantenerlo, l’anestesia diventa una pratica sicura, che può protrarsi anche per molte ore o ripetersi a distanza di brevissimo tempo, senza per questo danneggiare l’animale.

Prima dell’Anestesia. Salvo diversa indicazione da parte del medico, il paziente deve rispettare un periodo di digiuno poiché durante l’esecuzione dell’anestesia il paziente potrebbe vomitare sia per azione di alcuni farmaci, che per alcune manovre chirurgiche, con rischio di aspirare il materiale, con gravi conseguenze.

Il cibo viene di norma sottratto circa 12 ore prima dell’anestesia. Al contrario l’acqua resta a disposizione.

Digiuni di durata molto più ridotta o quasi nulla si applicano invece ad animali estremamente giovani, agli anziani e ad alcune specie particolari, come i conigli e molti volatili.

Terapie già in corso, come ad esempio quelle insuliniche, possono subire variazioni nelle 24 ore precedenti l’intervento, secondo le indicazioni che di volta in volta verranno date dall’anestesista.

Al risveglio. In base al tipo di intervento e quindi alle necessità di immobilità nel periodo post-operatorio, potrà essere scelto di tenere il paziente più o meno sedato.

Durante l’anestesia, l’analgesia viene garantita soprattutto attraverso l’uso di farmaci oppioidi e nuovamente altri oppioidi vengono impiegati come parte della terapia del dolore post-operatorio. Questi farmaci possono essere responsabili di un lieve stato di torpore e di inappetenza.

La ripresa dell’alimentazione avviene fra le 6 e le 12 ore dopo il ritorno alla coscienza e deve cominciare con pasti di piccole dimensioni. L’inappetenza può protrarsi anche per un periodo più lungo e non è di norma un problema nell’arco della prima giornata. In quei pazienti per i quali il digiuno pre-operatorio è stato ridotto, tuttavia, è necessario che l’alimentazione ricominci precocemente e se ciò non avviene nell’arco di 10-12 ore è necessario contattare il medico per prendere delle contromisure.

In funzione dell’intervento, del tipo di analgesici e delle metodiche usate, ma anche della soggettiva percezione che ogni singolo paziente ha del dolore, può essere necessario protrarre la terapia antalgica. A tal fine l’anestesista potrà richiedere di ricoverare il paziente o di rivederlo la mattina dopo l’intervento per valutare l’effettiva necessità di farmaci. Altre indicazioni possono essere date direttamente al proprietario per valutare a casa la comparsa del dolore.

Per qualunque chiarimento in merito a quanto scritto o per ulteriori domande potete rivolgervi al personale medico della Clinica Veterinaria Omniavet.

Fonti: Thurmon, Tranquilli, Benson, Lumb & Jones’ Veterinary Anesthesia, 1996 - Romano et Alii Anestesia Generale e Clinica, 2004 - Muir, Hubbel et Alii: Handbook of Veterinary Anesthesia, 2000

 

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